Kinky Friedman – The Loneliest Man I Ever Met (Avenue A Records, 2015)

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“Un Americano felice non crea niente di grande. Per me, un artista è qualcuno che è avanti rispetto al suo tempo, ma in ritardo con l’affitto. Se riesci a tenere assieme le due cose, puoi scrivere cose come quelle che Kris (Kristofferson) e Willie (Nelson) sanno fare”. Muove da questa ironica dichiarazione di poetica il ritorno discografico di Kinky Friedman, a 39 anni dalle sue ultime registrazioni in studio.

Non che Friedman, in tutto questo tempo lungo quasi una vita, abbia oziato. Romanziere di successo, imprenditore nel campo dei sigari (la sua ultima signature sono sigari nicaraguensi), candidato alla poltrona di governatore del Texas (oltre 12 mila preferenze nel 2006), Friedman è dagli anni Settanta un iconoclasta nella scena, di per sé non allineata, degli outlaw texani. E un songwriter di culto, sin da quando Dylan lo accolse nel carrozzone della Rolling Thunder Revue.

Kinky-3Dichiarazioni di poetica a parte, The Loneliest Man I Ever Met è un lavoro permeato di orgogliosa melanconia, una riaffermazione del potere antico dello storytelling. Sono cover scelte a partire da affinità spirituali, come My Shit’s Fucked Up da Warren Zevon, A Christmas Card From a Hooker in Minneapolis da Tom Waits e Pickin’ Time da Johnny Cash (ma anche un paio da Dylan e Merle Haggard), vecchie pagine come Wild Man From Borneo e canzoni inedite come la title track, un omaggio all’outlaw dimenticato Tompall Glaser. E un duetto con Willie Nelson, in Bloody Mary Morning, che apre l’album dettandone da subito le coordinate.

E tutte le canzoni, quelle proprie e quelle altrui, sono scavate nel profondo, riportate alla verità di una narrazione che sa svelarne i significanti universali, grazie anche ad una produzione rispettosa e parca di voci strumentali, che lascia al canto la centralità espositiva. Anche quando sono standard abusati dalla omogeinizzazione dei commercial televisivi, come Wand’rin’ Star (che fu anche un improbabile hit western per Lee Marvin nei primi Settanta) e A Nightingale Sang On Berkeley Square (scritta nel 1939), che chiudono l’album sigillandolo nella dimensione carezzevole del rimpianto.

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