L’ultimo volo per Amsterdam

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L’ultimo aereo cinque anni fa, da Los Angeles ad Amsterdam, dove due giorni dopo avrebbe suonato con la band olandese De Dijk. Ma quando l’aereo atterra allo Schipol, alle prime ore di domenica 10 ottobre 2010, Solomon Burke è già morto. Una uscita di scena a 10 mila metri da terra, fuori dal comune così come sono stati i suoi 70 anni su questa terra. Lo avevo intervistato qualche anno prima, all’uscita di Make Do With What You Got, ed ero stato travolto dalla sua sanguigna e torrenziale eloquenza. Quella di un Vescovo che seppe diventare il Re del Rock and Soul.

Vescovo di una chiesa che conta 150 sedi e oltre 40.000 fedeli in tutto il mondo e Re del Rock & Soul, Solomon Burke, conosciuto anche come King Solomon, è tornato con un disco nuovo di zecca giusto in tempo per celebrare i suoi 50 anni nel music business e i suoi 65 nel mondo. Doveva essere una intervista centrata sul nuovo disco, lo splendido Make Do With What You Got, ne è uscita una conversazione sull’amore e sulla vita… e sull’influenza. Ma a pensarci bene, più che una conversazione è stato come andare nella sua chiesa, o sotto al palco, perché non vi è differenza alcuna per King Solomon tra un sermone, una canzone o una conversazione sui tortellini. Everybody needs somebody to love…..

“Tortellini e tanto amore”, inizia così questa chiacchierata con Solomon Burke, il Re del Rock & Soul (ma anche tante altre cose che scoprirete più in là) che compie in questi giorni 65 anni, 50 dei quali con i piedi ben piantati nel music biz. E’ una ricetta semplice per guarire dall’influenza dice, buttata lì con una franca risata, che la dice lunga sul legame di King Solomon con il nostro paese e sul suo approccio alla vita. Se ne vanno così, tra ricordi e ringraziamenti nei confronti dei tanti amici italiani, Graziano Uliani patron del Porretta Soul Festival su tutti, i primi minuti di una conversazione che definire intervista pare davvero poco. Sì perché King Solomon non ci sta nel ruolo del professionista in promozione e risponde alle domande facendone lui stesso, e allargando poi il suo commento ben più lontano dello stretto confine imposto dall’intervistatore.

Pare un uomo felice, o meglio sereno, il Solomon Burke di oggi. Un uomo che ha attraversato 50 anni di musica nera, con tutto quello che ciò ha comportato in termini di umana e professionale difficoltà, partendo da un’America dove i bianchi si divertivano a tirare le bombe nelle chiese dei neri (e lui proprio da una chiesa ha mosso i primi passi), e si ritrova oggi, quando accanto al presidente Bush siede una di quelle vittime, il segretario di Stato Condoleeza Rice, nel gotha della musica rock.

L’anno della svolta, di questa ultima svolta, è stato sicuramente il 2002 e il disco che l’ha propiziata il fortunato Don’t Give Up On Me, nel quale autori come Bob Dylan, Elvis Costello, Tom Waits, Van Morrison, Brian Wilson, Dr. John, hanno fatto a gara per donargli nuove canzoni scritte apposta per lui. “Una esperienza straordinaria” ricorda ridendo Burke “e un grande rilancio per la mia carriera. Ho vissuto quel disco come l’ultima chance per me di provare di poter essere ancora parte del nuovo universo musicale, ma con la convinzione che in ogni caso, se avessi continuato a crederci prima o poi ce l’avrei fatta. Don’t give up on me, ma anche, puoi farcela se ci provi davvero, e questo vale per me, per tutti. E’ stato un altro passo avanti, nella mia carriera e nella mia vita. Ho provato immensa gratitudine nei confronti di tutti quegli autori: ci sono grandi messaggi in quel disco, scritti da grandi messaggeri. Ne sono molto onorato e poi, ehy, mi ha portato il primo Grammy Award di tutta la mia vita!”.

Non stupisce allora che quel disco, Don’t Give Up On Me, sia l’archetipo cui guarda anche il nuovissimo, e per chi vi scrive superiore, Make Do With What You Got, affidato, come il precedente, ad un produttore del tutto estraneo al clan famigliare di King Solomon. Allora era Joe Henry, praticamente uno sconosciuto per Burke, oggi è il leggendario Don Was: “Un privilegio e una grande sorpresa per me, poter lavorare con Don Was. Per anni ho sperato di farlo, ma Don è un produttore molto richiesto, quindi molto occupato e molto caro e francamente non potevo permettermelo. Quando Richard Foos, co fondatore della Shout Records, mi offrì un contratto per registrare un nuovo disco, mi disse che conosceva un produttore che sarebbe stato felice di poter lavorare con me, e che sperava che io fossi interessato a conoscerlo. Il produttore era Don Was. Ehy, gli risposi, mi stai prendendo in giro? Sono molto contento di come è venuto questo disco, e spero davvero che sarà accettato, che qualcuno riesca a sentirsi toccato da quelle storie.”

imagesLe storie, è proprio questo che lo affascina. Le storie sono l’essenza dell’esperienza di Burke, e non solo di quella artistica. Già a 7 anni, età nella quale a fatica i più cominciano a leggere, il futuro King Solomon predicava nella chiesa del padre a Philadelphia e affidava il suo messaggio, di amore e fratellanza, proprio quello che sarà poi alla base di tutta la sua musica, anche ad un gospel show diffuso da una locale emittente radiofonica. E ogni canzone, ma anche questa chiacchierata telefonica, è in fondo per lui un sermone. “Scelgo canzoni le cui parole contengano una storia nella quale mi ci possa ritrovare. Anche per questo nuovo album è andata così. Don Was aveva le canzoni e io ho scelto quelle che sentivo mie. What Good Am I (di Bob Dylan, nda) ad esempio, è una buona storia ed è la mia storia. Come posso, dice in sostanza la canzone, darti tutto ciò di cui hai bisogno nonostante tutte le cose che mi sono successe in questa lunga vita? Come posso farti piacere se non riesco a soddisfare i tuoi bisogni? Nel profondo del mio cuore lo so, e devo dare il meglio di me per riuscire a farlo. Buone storie come quelle scritte da Dr. John, che ha firmato la title track, e Van Morrison, che ha scritto At The Crossroad. Non vedo l’ora di poter suonare dal vivo Make Do With What You Got con Dr. John, e Van Morrison non posso che ringraziarlo per avermi fatto salire sul suo treno, per avermi raccolto all’incrocio (gioca con le parole del titolo della canzone, nda)”.

E che grande storia allora It Makes No Difference, una antica splendida pagina di Robbie Robertson e The Band, che Burke reinventa nel suo nuovo lavoro, restituendo una interpretazione che va al di là della canzone e delle numerose, peraltro eccellenti, riletture cui ha beneficiato negli anni. Glielo dico e lui si entusiasma, come un ragazzino, come un debuttante: “E’ davvero incredibile quello che dici, ne sono molto felice, perché ho provato una grande emozione nel cantare questa canzone e l’ho sentita mia. E’ una bellissima storia, una bellissima storia d’amore.”

Una bella storia d’amore è anche After All These Years, l’unico brano di Make Do With What You Got co-firmato da Burke: “E’ dedicata alla mia famiglia ed è un brano al quale io e Eddie Towns, il mio arrangiatore, stavamo lavorando da anni. Inizialmente volevamo fare un intero disco su questo tema: dire grazie ai miei cari per essermi rimasti vicini tutto questo tempo. E’ stata una lunga corsa e sono consapevole di non essere stato un padre ed un marito perfetto. Ho 65 anni e sto ancora imparando. Amo la mia famiglia e ho amato, e amo, le donne. Ehy, ho 21 figli sai? (ridendo di cuore, nda). I miei figli sono così diversi gli uni dagli altri, ma hanno tutti talento. Sono un padre fortunato. Essere padre è una sensazione meravigliosa. Tu hai figli? Beh, solo se ne hai riesci a capire cosa significa vedere tuo figlio che ti viene incontro e ti dice ti amo mamma, ti amo papà. Perché a quella età le parole significano davvero ciò che dicono. E più amore ricevono, più amore ti restituiscono. Le donne? Ah, non ho imparato niente di loro. Se trovi un uomo che dice di conoscere le donne, c’è qualcosa che non va in lui. Non si finisce mai di imparare, anche in questo caso. Una cosa però la so: mai prendere una donna come fosse qualcosa di scontato, ma al contrario fai sempre del tuo meglio per ascoltare i suoi desideri e realizzarli. Quando poi ti sembra che tutto stia andando a rotoli e vorresti fare qualcosa, ma non sai come, beh, prendila con calma. E stai vicino alla tua donna, stringila, toccala, parlale, godi ogni istante del vostro stare insieme. E non rinunciare mai”.

indexUna lunga corsa, la vita di Solomon Burke, una vita piena zeppa di storie e di svolte, una vita che solo una personalità come la sua oggi può raccontare con tanta serenità: “Negli anni Cinquanta, gli ultimi anni del decennio, ho attraversato un periodo difficile a causa di problemi con la mia etichetta discografica di allora (Apollo Records, nda). Ero sul lastrico, letteralmente, e vivevo per la strada. Ma grazie alla grandezza di Dio, ho potuto mantenere la speranza, ho riacquistato fiducia in me stesso e mi sono rialzato. E oggi sono riconoscente per tutto ciò che la vita mi ha dato: il dolore, la confusione, le disillusioni, ma anche la gioia. La vita non è facile, è un cammino fatto di strade tortuose, in salita, e spesso ti pare di non vedere nemmeno quale sia la strada da percorrere. Devi essere preparato ad affrontare la vita.”

E di strade Burke ne ha percorse parecchie in questi 50 anni di musica. Strade che lo hanno portato apparentemente lontano dalla musica, come la creazione di una catena di pompe funebri, oggi gestita da alcuni dei suoi 21 figli, certamente un investimento, ma in un campo che tanto lontano dalla sua musica poi in fondo non è, se dal mistero religioso della vita Burke è partito per la sua avventura musicale. Strade, che anche se imboccate in nome della musica, lo hanno portato drammaticamente dentro ad universi più ampi, nei quali provare comunque a giocare, fino in fondo, il proprio destino di uomo nero in un’America ancora divisa sul colore degli uomini. Svolte improvvise, che oggi a ricordarle strappano una risata, ma che allora muovevano emozioni assai diverse, come quel concerto davanti ad un intero raduno di inquietanti figuri incappucciati, vestiti di bianco: “Ah sì, è una storia vera (ridendo fragorosamente, nda). Ho suonato ad un raduno del Ku Klux Klan, però ti giuro che prima di arrivare lì, non sapevo che si trattava di loro e a quel punto dovevo suonare, per forza. Se non lo avessi fatto, oggi non sarei qui a raccontartelo, ci puoi scommettere”.

L’impegno di Burke nella battaglia per l’integrazione razziale in America non è tuttavia soggetto aneddotico: non ha marciato King Solomon, né è mai sceso nelle strade a manifestare, ma in quelle strade ci ha vissuto e ha cantato nei teatri di quelle città in mano all’odio dei bianchi e a Martin Luther King ha dedicato un album, nel 1974, il cui titolo, I Have A Dream, riprende il più famoso dei suoi discorsi. “Oggi non c’è un altro Martin Luther King e invece ne abbiamo davvero bisogno. Lo stiamo cercando, aspettando. Sono tempi difficili questi, tempi dove parlano le pistole, i missili, tempi di guerra e dove le vittime sono bambini, donne, gente indifesa. Dobbiamo trovare il modo perché a tutti possa arrivare, di nuovo, il messaggio di amore e fratellanza. Forse possiamo farlo anche con la musica. La musica può portare la gioia di vivere e far scaturire il dubbio a chi vive nell’odio che vi sia un altro modo. La musica può far sorgere le domande giuste: perché non possiamo vivere insieme, in pace, per cosa stiamo combattendo? Non vogliamo essere distrutti, solo Dio ha questo potere. Io vorrei essere quella voce”.

Pubblicato sul numero 113 di JAM

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