Hidden Treasures – Singer Songwriters From Home (Hemifran, 2015)

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Che anno, il 1965. In quei dodici mesi il Greenwich Village pare il centro del mondo e Bob Dylan ne è il fulcro. Grazie alla sua ascesa la musica folk sta entrando in una nuova fase. Per dirla con Jac Holzman, visionario capo della Elektra, le canzoni popolari erano già state ricantate tutte e ora ne servivano di nuove.

Le opportunità discografiche sono a portata di mano, anche per quelli appena arrivati al Village e le etichette Vanguard ed Elektra si contendono i nuovi folker, gente come Fred Neil, Tom Paxton, Phil Ochs, Richard Farina, David Blue. Nei primi mesi di quel 1965, con il logo Elektra, appaiono nei negozi I Ain’t Marching Anymore di Phil Ochs, Tom Rush di Tom Rush, Bleecker And MacDougal di Fred Neil, Ain’t That News di Tom Paxton.

Ed è proprio Holzman ad intuire che occorre una nuova categoria sotto la quale rubricare questi nuovi dischi che escono a raffica proprio quando Dylan, al quale tutti guardano come il profeta, sta per scombiccherare di nuovo tutto, gettandosi nel blues anfetaminico, rivoltato nella furia elettrica del rock, di Highway 61 Revisited. La nuova definizione, che spazza via tutte le precarie identità cucite addosso ai nuovi folker, come protest singer, folk singer, folk blues singer, sintetizza ciò che Dylan, e gli altri dopo di lui, avevano già fatto, cantare le proprie canzoni.

Accanto a i quei lavori solisti Holzman pubblica un lavoro collettivo, tredici canzoni divise tra quattro nuovi autori, David Blue, Richard Farina, Patrick Sky e Bruce Murdoch, e lo intitola Singer Songwriter Project, mettendo così il proprio sigillo su un termine che resiste sino ad oggi, nelle diverse lingue del mondo e nelle tante successive declinazioni musicali.

GCQuesto Hidden Treasures – Singer Songwriters From Home, pubblicato dalla etichetta svedese Hemifran, riparte proprio da quell’antologica di mezzo secolo fa, omaggiandola esplicitamente sin dalla grafica di copertina. A differenza di allora qui non ci sono debuttanti, ma quattro songwriters di lungo corso, artisti lontani dalle cronache, ma vicini, per talento e frequentazioni, ad alcune tra le migliori scuole di cantautorato nordamericano.

Greg Copeland, compagno di strada di Jackson Browne, Keith Miles, Nashville cat dal gusto letterario, Barry Ollman, folker con un talento per la ballata pop, Bob Cheevers, troubadour all american con un songbook di 3 mila canzoni (una stava per essere registrata da Elvis). Quattro diversi modi di interpretare la figura del singer songwriter, ruolo scomodo e in fondo indefinito, come sottolinea Elliott Murphy nelle note di copertina, quattro storyteller in missione per conto della perfetta melodia.

E di piccole melodie, e di grandi storie, Hidden Treasures ne contiene parecchie.

KMQuelle rarefatte e scure di Greg Copeland, che ospita nella traccia d’apertura Patrick Sky, uno dei quattro del ‘65 e, più avanti, Greg Leizs nella splendida Roughhouse Boys, le curve esotiche dei plettri di David Lindley nell’intro di Are You Here e Jackson Browne nella festa finale, registrata dal vivo, di Pretty Girls Rules The World.
Quelle scorrevoli e impeccabili di Keith Miles, che abitano il lato giusto di Music City ma che ogni tanto, come accaduto per Homeland, vengono scelte da vecchie lenze del mainstream come Kenny Rogers.

BOAncora, quelle gentili e carezzevoli di Barry Ollman, al quale danno una mano Tim O’Brien e Garry Tallent in Murmuration, e il fantasma di Johnny Cash nelle liriche di The World Is Your Apple, ispirata da una lettera aperta che Cash scrisse a Dylan attorno al 1968.

BCE, infine, un piccolo sampler della scrittura di Bob Cheevers, on the road più o meno dai tempi in cui il Singer Songwriter Project usciva dai magazzini dell’Elektra. Ballate romantiche, come These Are My Words, variazione sul tema love song e insieme dichiarazione di poetica, epiche come la trasposizione cantata di The Legend Of Sleepy Hollow, ecologiste come Progress, e, a chiosa del suo poker di canzoni, anche l’errebì di Test Of Fire.

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