Jack Tempchin – Learning To Dance (Blue Elan, 2015)

JT

La notizia c’è. Dopo quasi 40 anni di forzata indipendenza Jack Tempchin, l’uomo che ha scritto Take It Easy (e una manciata di altre hits per gli Eagles e non solo), ha di nuovo un contratto discografico.

Learning To Dance, infatti, è il suo primo album per una label dal lontanissimo (era il 1978) debutto eponimo. Ed è una bella notizia, soprattutto per gli irriducibili del suono west coast, anche se già anticipata, così come l’album stesso, dall’EP Room To Run, pubblicato qualche mese fa. In quel dischetto, Tempchin aveva infilato 4 tracce escluse da Learning To Dance perché non consonanti al tema dell’album, l’amore in tutte le diverse stagioni, quelle proprie e quelle della vita.

Ascoltando Learning To Dance, tuttavia, viene il sospetto che l’esclusione sia stata necessaria non solo per la non affinità tematica. Dell’aria della west coast che, pur attualizzata, spirava in almeno due di quelle canzoni, qui se ne respira, infatti, ben poca. E se, analogamente alle due canzoni davvero nuove contenute in Room To Run, la tessitura sonora è fitta e articolata, appoggiata allo stesso modo su plettri e tastiere, qui sono però le direttrici melodiche disegnate dagli arrangiamenti ad andare in una direzione diversa.

Ciò a cui ambiziosamente Tempchin orienta questo Learning To Dance, pare essere il grande songbook americano, le love song di autori come Jimmy Webb o David Foster. E per farlo, per la prima volta in vita sua, sperimenta Pro Tools, affidando tutti gli strumenti, veri e sintetici, le back vocal e la produzione a Joel Piper, 30 anni il prossimo ottobre, artista dance. Una combinazione intrigante, una sfida coraggiosa, che però non funziona del tutto.

L’album, infatti, rivela apertamente due anime ben distinte e si svolge lungo orchestrazioni che spesso appaiono semplicemente giustapposte alle canzoni, scontando così, complici anche toni e colori smaccatamente artificiali, una dicotomia intima tra l’artigianato d’autore di Tempchin e l’omogeinizzazione digitale di Piper.

Ed è un peccato, perché alcune ballate, a partire dalla title track d’apertura (già registrata anni fa da Johnny Rivers), l’evocativa Big Sky Country (dallo splendido After The Rain, del 2002), la conclusiva Finally Found Me, apparterrebbero di diritto, se arrangiate con più accuratezza e musicate con adesione alle storie cantate, a quell’American Songbook al quale Tempchin sembra ispirarsi.

Resta allora la buona notizia di ritrovare un autore come Jack Tempchin, prematuramente costretto ai margini delle cronache. L’occasione per ascoltare ciò che Learning To Dance poteva essere, è, per ora, rimandata.

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2 risposte a “Jack Tempchin – Learning To Dance (Blue Elan, 2015)

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