Lynyrd Skynyrd – One More For The Fans (earMUSIC/Edel, 2015)

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Quando, nel 1976 a soli tre anni dal debutto e quattro album in studio, i Lynyrd Skynyrd pubblicavano One More From The Road, il loro primo doppio disco dal vivo, tutto era praticamente già compiuto. Il tempo di pubblicare un nuovo album, Street Survivors il 17 ottobre 1977, e la loro corsa si sarebbe fermata, appena tre giorni dopo, soffocata dalle ceneri del jet Convair noleggiato per quell’ultimo tour. Uno iato di dieci anni ha poi separato i Lynyrd Skynyrd dalla loro epopea, narrata dalle successive incarnazioni della band cui il tempo ha sottratto, anno dopo anno, tutti i componenti del nucleo originario, tranne uno.

Sino ad oggi, a questo doppio album dal vivo, registrato in una sola notte nello stesso Fox Theatre nel quale nacque One More From The Road e del quale, inevitabilmente, ripercorre gran parte del programma. Con una differenza, o meglio, una ventina. Tanti, infatti, sono gli ospiti chiamati a celebrare un nuovo capitolo di una saga che non ha eguali nella storia del rock. Officianti eccellenti, band, cantanti e chitarristi per lo più artisticamente coetanei dei Lynyrd Skynyrd, che si sono alternati sul palco del Fox Theatre nel corso di una lunga notte, il 12 novembre dello scorso anno, sorretti da una house band diretta da Don Was.

Un brano per ciascuno per un totale di sedici tracce, chiosate da due performance dei nuovi Lynyrd Skynyrd, guidati dalle chitarre del superstite Gary Rossington e Rickey Medlocke (nel giro della band sin dai primi giorni) e dalla voce del più giovane dei Van Zant, Johnny, sino al gran finale corale di Sweet Home Alabama. E se il repertorio non può ovviamente riservare sorprese e le riletture a volte sono poco più che scolastiche, lo show scorre con la giusta tensione e qualche impennata, legata alla qualità degli interpreti.

Come Gregg Allman che riempie di fragilità l’anima gospel di Tuesday’s Gone o, con una operazione di segno opposto, Peter Frampton che imbottisce di muscoli Call Me The Breeze. E ancora Warren Haynes, da solo e con i Gov’t Mule, in due tra i migliori episodi della serata, Simple Man e That Smell, Jamey Johnson, il più vicino all’anima di campagna di Ronnie Van Zant, in una spiritata Four Walls of Raiford, e, sempre sul versante country, John Hiatt con i moe in The Ballad of Curtis Loew.

Il resto sono esercizi di calligrafia, più (What’s Your Name Trace Adkins, I Know A Little Jason Isbell, You Got That Right Robert Randolph e Jimmy Hall, Working For MCA Blackberry Smoke, Whiskey Rock A Roller Randy Houser, Gimme Back My Bullets Cheap Trick) o meno (Don’t Ask Me No Questions O.A.R., Gimme Three Steps Alabama, Saturday Night Special Aaron Lewis, Down South Jukin’ Charlie Daniels & Donnie Van Zant) riusciti.

E poi i Lynyrd Skynyrd, compresi quelli di ieri che ritornano sul palco del Fox Theatre a quasi quarant’anni dalla loro ultima volta, incarnati nel volto e nella voce di Ronnie Van Zant che, da uno schermo alle spalle della band, duetta con il fratello Johnny in Travellin’Man.

Prima della conclusiva Sweet Home Alabama, con tutti sul palco, i sei minuti di pura possessione chitarristica che Allen Collins inventò per Free Bird, condotta sin lì, tuttavia, da un sin troppo compassato Johnny Van Zant.

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