Remembering Mountains – Unheard Songs By Karen Dalton (Thompkins Square, 2015)

RM

“Aveva una voce come quella di Billie Holiday e suonava la chitarra come Jimmy Reed”. L’ha scritto Bob Dylan nel primo volume delle sue Chronicles, quando lei, Karen Dalton, era ormai soltanto un nome su una lapide del cimitero di Hurley, Contea di Ulster, Stato di New York, a sigillo di una vita fragile, lungamente abusata, fermatasi il 19 marzo 1993.

Con quella voce, quella chitarra a 12 corde e un banjo longneck, Kate Dalton ha lasciato solo due album pubblicati tra il 1969 e il 1971, It’s Too Hard To Tell Who’s Going To Love You The Best e In My Own Time. Due lavori riscoperti solo dopo la sua morte e assunti a paradigma della primavera del Greenwich e, prima ancora, della piccola scena di Cambridge, quando lei, Tim Hardin, Fred Neil e lo stesso Dylan, erano fra coloro che stavano reinventando la folk music. In quei due album pubblicati tardivamente, proprio alla fine di quegli anni Sessanta che segnarono, riunite nel genio di Dylan, la nascita e la fine del movimento folk, Karen cantava solo canzoni altrui, limitandosi a riarrangiare un paio di brani tradizionali, tramandando di sé una immagine di interprete, drammatica e inquieta.

karenSino ad oggi. Questa raccolta collettiva tutta al femminile prova, infatti, ad introdurre l’inedito profilo di una Karen Dalton autrice, partendo da scritti rivelati solo ora da Peter Walker, suo amico di una vita. Sono poesie e testi, solo in un caso corredati da annotazioni riguardanti accordi musicali, appunti destinati forse a diventare canzoni. Qui lo diventano, in una rischiosa scommessa tentata da undici songwriter di diversa sensibilità e cultura musicale, i cui rispettivi approcci sembrano tuttavia convergere nella riproposizione di una immagine di una Karen Dalton perduta e dannata, nella quale confluiscono, in misura difficilmente misurabile, eredità artistica e mito.

Molteplici le strade per arrivarci. Le più credibili le offrono Sharon Van Etten (che ha il compito più facile aiutata dagli accordi lasciati accanto alle parole della title track) e Patty Griffin, con melodie ridondanti e melanconiche, Julia Holter, che sceglie invece una dimensione di fragile solitudine incalzata da oscuri rumori, Lucinda Williams, l’unica a cogliere elementi di forza nella narrazione della Dalton assecondandoli con uno strascicato folk blues e Larkin Grimm, che ne ricerca le origini folk più tradizionali, così come Josephine Foster, che offre una versione a cappella dello stesso brano affidato alla Williams.

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