James Taylor – Before This World (Concord/Universal, 2015)

JTaylor

Non era passato neanche un anno dall’attacco alle Torri Gemelle, l’esercito degli Stati Uniti aveva lanciato in Afghanistan l’operazione Anaconda sulle tracce di Osama Bin Laden, e George W stava per firmare l’Homeland Security Act. Correva l’anno 2002, e qui in Europa era appena cominciata l’era della moneta unica.

In quell’anno, più o meno attorno a Ferragosto, James Taylor pubblicava October Road. Era una fase della sua vita che si annunciava ricca di promesse, a 54 anni e con un matrimonio, il suo terzo, giusto all’inizio. Forse nemmeno lui immaginava che quell’album, che sin dal titolo svelava un precoce autunno artistico, sarebbe stato, per lungo tempo, il suo lavoro d’autore più recente. Sino ad oggi, passati 13 anni.

In verità James Taylor non è mai andato via. Ha cantato per la politica, impegnandosi per John Kerry e Barack Obama, per lo sport alle World Series del 2004, per il cinema. Ha ricevuto premi e riconoscimenti, ha celebrato se stesso e il Troubadour assieme a Carole King, ha girato in tour gli States e l’Europa. Ha pubblicato nuovi lavori, ma, semplicemente, ha smesso di scrivere nuove canzoni. Forse non ne aveva più bisogno e noi non ce ne siamo accorti più di tanto. Perché James Taylor appartiene a quella razza di storyteller capace di stabilire un legame personale con chi non l’ha mai conosciuto se non attraverso le sue canzoni, e di mantenerlo nel tempo.

Quelle dieci che troviamo oggi in Before This World, il suo diciassettesimo album in studio, probabilmente vengono da molto lontano e, a cercarle bene, da qualche parte nascondono le cicatrici di quel lungo goodbye. E con esse anche quelle di una vita intera che oggi, nella pienezza del vero autunno, si trasformano nelle stimmate di un cammino rivendicato con serena fierezza. Taylor lo dichiara senza mezzi termini sin dalla prima canzone, Today Today Today, nel dolce abbraccio confortante della sua voce, che il tempo non ha reso meno carezzevole. Somehow I haven’t died/ And I feel the same inside/As when I caught this ride/When first I sold my pride/The way ahead is clear/My heart is free from fear/I’ll plant my flag right here/Today, today, today.

E di quel cammino e dei dettagli che l’hanno reso e lo rendono ancora oggi unico e importante, James Taylor canta e racconta in Before This World. Così come ha sempre fatto, legando a quei giri di accordi così familiari perché in fondo, per nostro conforto, sono gli stessi di sempre, a quegli arpeggi cristallini, a quella voce che ha il dono di riportarti sempre a casa, piccole storie paradigmatiche di valori, invece, grandi.

Come la libertà del viaggio e il mito della frontiera, celebrati in Stretch Of The Highway, l’adesione spontanea ad un panteismo naturalista che si nutre dell’esperienza sensoriale, tema che ricorre un paio di volte in Montana e Wild Mountain Tyme, e il recupero affettuoso di volti di un passato che sono parte vitale del presente, come nella controversa, ma solo per le cronache sportive americane, Angels Of Fenway, dove la passione per i Red Sox diventa metafora della continuità tra generazioni. E accanto a queste, che muovono dall’intimità personale e familiare, il racconto udito da un marine al ritorno da un Far Afghanistan. I expected to be hated and insulted to my face/But nothing could prepare me for the beauty of the place.

Sonorità composte e ariose, punteggiature strumentali sapienti, Before This World danza a piccoli passi tra valzer arrendevoli e folk blues rarefatti, i luoghi sicuri di un ragazzo di 67 anni che possiede ancora intatta la grazia del raccontare, raccontandosi.

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Una risposta a “James Taylor – Before This World (Concord/Universal, 2015)

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