Dayna Kurtz – Rise And Fall (Kismet Records, 2015)

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Cadere e rialzarsi, continuare a respirare, a vivere. Anche oltre la vita, per come ci è data e per come sappiamo interpretarla. Rise And Fall, con le dieci magnifiche canzoni che lo compongono, sta tutto lì, racchiuso nel titolo. Nella inevitabilità dell’accettazione di ciò che ti accade nonostante tutto, nella necessità vitale di superarlo.

Album confessionale dai suoni scuri e raccolti, costruito con sapienza attraverso una fluida sequenza di piccoli orizzonti sonici, squarciati da un canto potente e dolente e, insieme, fiero e fragile, Rise And Fall nella sua apparente linearità di approccio è, invece, il lavoro più complesso della discografia di Dayna Kurtz. Un disco che, dopo le parentesi nel songbook della tradizione bianca e nera aperte dagli album precedenti, ne restituisce il profilo di compositrice, attraverso una narrazione lucida e spietata danzata lungo piccole geometrie folk, blues e country gospel, ma non solo.

Svolgimenti sontuosi come l’apertura gospel di It’s How You Hold Me e sensuali come il blue eyed soul della successiva You’re Not What I Need, si intrecciano agli echi spettrali di un long goodbye ultraterreno come If I Go First, dove Dayna respira ogni singola nota e scolpisce ogni singola parola, così come, ma questa volta marcandone la carnalità, nella splendida Eat It Up, che pare guardare dritta nel grande cuore ferito di Billie Holiday. Qui, come poi nei rimpianti di Far Away Again e A Few Confessions, la cornice sonora si allarga ad un pur ristretto movimento d’archi, mantenendo tuttavia intatta la stringata punteggiatura strumentale che caratterizza l’intero album, appoggiata ai plettri di Dayna Kurtz e Robert Machè, circondati, di volta in volta, da tocchi di B3, mandolino, violino, accordion, pianoforte.

La versione americana di Rise And Fall si chiude con una dolente rilettura country gospel di un vecchio successo di Bobby Charles, You’ll Always Live Inside Of Me mentre, solo per il mercato italiano, Appaloosa ha aggiunto un secondo CD con cinque tracce tra cover jazz e blues, e un brano originale, Touchstone. Un omaggio, piacevolmente superfluo, ad un album di rara bellezza.

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