Zac Brown Band – Jekyll + Hyde (Universal, 2015)

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Il tratto maggiormente distintivo della Zac Brown Band, sin dagli esordi discografici di oltre dieci anni fa, è l’eclettismo, quell’entrare e uscire dai codici della country music mainstream, spesso all’interno di una stessa canzone, dando loro nuove forme, personali e riconoscibili. E se le contaminazioni tra generi non si sono mai spinte lungo derive particolarmente avventurose, di avventuroso c’è sempre stata la scelta di fare i conti in pubblico, sul palco, sperimentando dal vivo ciò che avremmo poi trovato nei dischi, le ballate beach country pronte per le radio chart e le imprevedibili escursioni jam band in territori decisamente distanti, per stagioni e culture.

Talento, certo, ma anche buone letture e una lista interminabile di piccoli palchi, conquistati notte dopo notte, anno dopo anno. Dal 2008 quei palchi sono diventati sempre più grandi, prestigiosi e affollati di celebrities, e le letture, almeno quelle che hanno condotto a questo nuovo lavoro, riorientate ad una più contemporanea mondanità.

A The Band e il rock sudista, Van Morrison e Jimmy Buffett, solo per citare quelle più esplicite e ricorrenti negli album che precedono Jekyll + Hyde, la Zac Brown Band aggiunge ora alcune letture scelte tra le più attuali tendenze pop, come il tormentone dance Beautiful Drug che apre l’album, il retro swing da talent show di Mango Tree e l’esperanto pop folk a la Mumford & Sons, che tanto piace ai pubblicitari, di Tomorrow Never Comes. E non è tutto, perché accanto al country beach che ti aspetti di Castaway, o al chorus di una ballata un po’ stiracchiata ma sempre piaciona come Homegrown, la band infila il pallido pop soul di Loving You Easy e, con esiti più convincenti, l’esplosione grunge di Heavy Is The Head (ospite Chris Cornell).

Ancora eclettica, ma prevedibile, ben attenta a non sforare i tempi distratti di una playlist digitale, con la maggior parte delle sedici canzoni al di sotto dei cinque minuti, la band ritrova la freschezza dei precedenti lavori in studio solo nei sette minuti di rock pesante di Junkyard, brano tuttavia già registrato nel doppio live di cinque anni fa, Pass The Jar, e nel cambio di passo che spezza il quieto svolgimento della country beach ballad comunque più ispirata, Bittersweet.

Ce n’e abbastanza, insomma, per riempire una playlist da infilarsi in cuffia per la prossima estate. Forse non abbastanza, invece, per chi della Zac Brown Band aveva già apprezzato la capacità, il talento, di sottomettere con leggerezza una molteplicità di codici stilistici, facendo così intravvedere una diversa ipotesi di futuro per la musica country, non necessariamente di matrice pop.

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