Ray Wylie Hubbard – The Ruffian’s Misfortune (Bordello Records, 2015)

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Traccia numero cinque. Un ladro racconta la sua storia, la sua passione per le auto, rubate e veloci, le Ford, le Chevrolet. E’ un tipo tosto, uno dell’Oklahoma, cresciuto a Rolling Stones, Allman Brothers e ZZ Top. A Memphis ha imparato il blues, nei bar del Texas a fare a botte. Ma a lei, lei che ha tutto quello che serve per prendersi qualsiasi uomo (oh honey, you got the juice, you got the junk), regalerà un tatuaggio nella Città degli Angeli. Bad on Fords, ma con lei sarà buono. Un giorno sulla strada, da Abilene alla California, un Oakie in fuga da Tishomingo.

Si può partire da qui, da questo rock and roll feroce, secco come una fucilata, il sogno americano in tre minuti, chitarre come rasoi, la voce strappata alla gola. Una canzone che Hubbard, sardonico ruffiano (s)fortunato, aveva scritto qualche tempo fa con Ronnie Dunn, la metà del duo country Brooks & Dunn, e della quale oggi si riappropria dopo la versione registrata nel 2013 da Sammy Hagar.

Oppure si può partire dalla traccia numero tre. Questa volta Hubbard racconta di una donna, forte e fiera, più vecchia degli anni che ha vissuto, che accende candele alla Madonna nera, diventata adulta troppo in fretta e altrettanto rapidamente imputridita. Qui la gola si arrotonda, respira, la voce si distende pudica su una piccola ballata country piena di rispettosa dignità e religiosità.

Ray Wylie Hubbard è uno che ne ha viste tante, ha peccato e si è ripulito, ha scherzato col diavolo senza bruciarsi del tutto e ha imparato, nel bene e nel male a giocarsi il proprio destino, perché the gods can’t save us from ourselves. E’ un rocker, un fuorilegge del country, un bluesman rinnegato, a due anni dai 70.

Questo suo sedicesimo album di giovani cowboy selvaggi, ubriaconi, amanti clandestini e ladri, pieno zeppo com’è di dediche esplicite e citazioni non rituali (Charlie Musselwhite e Chrissy Hynde, Joan Jett e Jessie Mae Hemphill, Sister Rosetta Tharpe, oltre a quelle già ricordate), è tra i suoi lavori più paradigmatici e potenti. E non solo perchè le chitarre alzano spesso la voce.

10 canzoni, nemmeno 35 minuti. It’s badass rockin’.

 

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