Mark Knopfler – Tracker (Virgin EMI, 2015)

tracker

E’ tra i chitarristi più celebrati e rispettati del rock e (soprattutto) dintorni, nelle sue dita un talento unico che ha fatto della sua chitarra una delle più distintive di sempre. Quanto basta per vivere di meritata rendita, come altri colleghi hanno dimostrato di saper fare con colpevole leggerezza. Per lui, invece, non è mai stato abbastanza e, da quasi trent’anni ormai, Mark Knopfler continua a sperimentarsi nella multidimensionalità di una personalità artistica curiosa, in costante divenire. Delle sue diverse incarnazioni, quella cantautorale, pur prossima al decennale, è la più recente e, più delle altre, paradigmatica della sua intera carriera.

Ascoltando la materia sonora di Tracker, dato alle stampe nel suo sessantacinquesimo anno di età, si ritrova, distillato con impeccabile senso della misura, quel patois multiculturale che dall’album Get Lucky di sei anni fa, univa in un immaginario trans generazionale il soul celtico con il country e i linguaggi della tradizione americana. Una colonna sonora modernamente folk, riccamente punteggiata di plettri e ottoni, tastiere, flauti e fisarmoniche, lontana da tentazioni tanto pop che rock, per un raccontare (e raccontarsi) sempre più maturo e ambizioso.

Perché ciò che qui fa la differenza sono proprio le storie. Di poeti scontrosi (Basil Bunting) e scrittrici riconosciute solo dopo la morte (Beryl Bainbridge), attraverso cui rileggere la propria innocenza giovanile, essa stessa protagonista di brani come la felice apertura di Laughs And Jokes And Drinks And Smokes, formidabile soul celtico in ¾.

Il titolo di questo suo ottavo lavoro solista, ha raccontato Knopfler “mi è venuto cercando di trovare un mio filo conduttore attraverso i decenni…guardando alle persone, ai luoghi e alle cose dal mio passato”. Ecco, a volerlo assecondare, un velo di nostalgia sembra ricoprire le piccole storie di Tracker e le piccole stanze sonore che le accolgono, una percezione che si nutre anche della narrazione di Knopfler, il cui canto è oggi quasi altrettanto distintivo del suo tocco di chitarra.

Anche quando proprio quella sua chitarra, centellinata con superbo riserbo, ritrova la voce dei vent’anni. Accade una sola volta, nel brano dedicato a Beryl, nel quale Knopfler si riconnette ai Dire Straits. Ma anche questa, come tutte le altre suggestioni stilistiche che si intrecciano copiose senza farsi troppo notare, è poco più di una annotazione, uno sguardo adulto ad un capitolo di un racconto più ampio. Il cui finale è ancora tutto da scrivere.

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