Joan Baez, Bologna 7 marzo 2015

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Chi si aspettava We Shall Overcome ha dovuto attendere la fine del concerto. A cantarla, però, sono state le decine di persone che, pazientemente e con affetto, hanno atteso che lei, Joan Baez, si cambiasse gli abiti di scena e recuperasse un po’ di forze per l’abbraccio finale e (in questa occasione) la non rituale firma di vecchi LP. Un coro timido e sommesso, per dire a lei, alla per sempre regina del folk, di prendersi il suo tempo perché l’avremmo aspettata, anche tutta la notte, pur di dirle grazie e incrociare il suo sguardo.

Così come chi immaginava che lei, in quella notte del 7 marzo, celebrasse i 50 anni della marcia di Selma, ha dovuto, invece, sorprendersi e piacevolmente, delle parole di sostegno alla gente della Val di Susa che “pacificamente” lotta per mantenere la propria terra “pura”.

DSCF7541 ritagliata1Ecco, questa è Joan Baez nel pieno della sua terza giovinezza artistica e personale, ambasciatrice dei popoli e delle culture, curiosa e appassionata dopo oltre mezzo secolo di palchi, marce e lotte per i diritti civili di tutti i cittadini del mondo. Oggi come allora diversa dai suoi antichi compagni di viaggio, i folker di protesta dei Sessanta, e dai pochi, pochissimi, che tentano oggi di seguirne le tracce.

Raccontava Tom Paxton ad una testata americana che la latitanza della canzone di protesta discende, fondamentalmente, dalla avvenuta eliminazione negli States del servizio militare obbligatorio. Joan Baez, invece, continua a guardare oltre i confini, vasti ma non infiniti, del continente americano, e come ha cantato sotto le bombe di Sarajevo o accanto agli Occupy Wall Street, oggi intreccia, in un medley appassionato che trascina la platea in canti e battimano, la dolce melodia yiddish di Dona Dona con il canto a cappella di un brano tunisino, Jaria Hamuda, entrambi da anni nel suo repertorio. E in cinque minuti, il suo esperanto popolare riunisce ciò che i kalashnikov e le bombe di Parigi hanno provato, inutilmente, a dividere.

Una serata con Joan Baez, come quella vissuta lo scorso 7 marzo a Bologna, è anche questo. E’ il folk in progress tanto caro a Pete Seeger, ma non solo. E’ l’incanto di una artista innamorata della melodia della musica popolare e della forza intangibile delle parole che ne costituiscono la narrazione. E’ la solennità di un gospel antico come Sweet Low Sweet Chariot, ma anche la preghiera profana di God Is God di Steve Earle. Sono le parole degli inni pacifisti There But For Fortune di Phil Ochs, Imagine, Blowin’ In The Wind, e delle lotte per i diritti civili e sindacali del medley Ghetto/I Dreamed I Saw Joe Hill Last Night. E ancora le canzoni di Dylan e su Dylan, la sempre emozionante Diamond And Rust, l’ingenuità di Gianni Morandi e la speranza dolente di Earle per una Jerusalem finalmente pacificata, una murder ballad come The Long Black Veil incrociata con l’inno di Gracias A La Vida.

Non sono state scritte per lei, ma le appartengono, sono le sue canzoni. E grazie alla sua magia, le nostre.

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