James McMurtry – Complicated Game (Complicated Game/Blue Rose, 2015)

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“A nessuno interessa quello che dici, sotto il palco tutto quello che senti sono le vibrazioni del basso e i colpi della grancassa. Ed è tutto quello che ti serve per ballare.” Questo mi raccontava McMurtry, una notte di qualche tempo fa, appena sceso dal palco di un club di Austin, Texas. Ma sapevamo entrambi che non bisogna mai credere ad un songwriter quando vuole spiegare il senso e le dinamiche della sua creazione.

E se nel recente passato i suoi album sembravano coerenti con quella affermazione, nella costruzione di un suono secco e squadrato, nei volumi e nelle tonalità abrasive delle chitarre elettriche, un buon viatico per far funzionare il bar dei club nei quali si esibisce, l’identità di storyteller di McMurtry non è mai stata in discussione. Uno storyteller lucido e raffinato, dalla scrittura cinematica e dallo sguardo tanto disincantato quanto partecipato, capace di ricostruire da piccoli dettagli periferici una visione della realtà statunitense e del mondo occidentale che ad essa guarda come riferimento culturale.

Complicated Game, che rompe un silenzio discografico di sei anni, nè è la migliore conferma possibile, tra i suoi migliori lavori di sempre. Nel ritorno a suoni prevalentemente acustici, nei tempi rallentati e caracollanti delle ballate che prediligono le movenze di quel particolare blend, tutto texano, tra folk e country, fuorilegge oggi quanto lo era negli anni Settanta. Mancano gli anthem esplicitamente politici, ai quali McMurtry ci aveva abituati nel suo recente passato, ma non manca la politica, nella costante attenzione al mondo contadino e a quello della piccola pesca, contrapposti all’economia dei grandi numeri e, più in generale, alle storie di persone che la Storia la subiscono, come il soldato protagonista di South Dakota.

Complicated Game deve parecchio anche al lungo lavoro di gestazione condotto a New Orleans dai produttori CC Adock e Mike Napolitano, che dalla Big Easy hanno saputo trarre i giusti contributi per un corpo sonoro ricco ed essenziale, al servizio tanto della narrazione che della scrittura. Contributi anche inaspettati come le cornamuse irlandesi in Long Island Sound o le back vocal di Ivan Neville e Benmont Tench nella splendida You Got To Me.

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