Bjork – Vulnicura (One Little Indian, 2015)

Bjork-Vulnicura

Bjork è, e vuole essere, tante cose assieme. E’, soprattutto, l’artista alla quale il MoMA di New York dedica, a partire dall’8 marzo e per tre mesi, una mostra che prova a raccontarne la multidimensionalità. Di ricercatrice e creatrice di suoni e strumenti, di artista pop che non ha esitato a fare strumento anche del proprio corpo.

Vulnicura, pubblicato in fretta e furia con oltre due mesi e mezzo di anticipo per contrastarne le versioni pirata già disponibili sulla Rete, ne rappresenta, stando a quanto Bjork stessa aveva rivelato, la sua versione cantautorale, una nuova sfaccettatura al suo diamante espressivo. E rispetto allo storytelling la definizione è senza dubbio pertinente.

L’album mette in scena, infatti, con un candore impietoso quanto una seduta psicanalitica, la dissoluzione del rapporto con il marito, presentando le canzoni, 9 in tutto, in una sequenza che ne testimonia passo passo le diverse fasi, dai primi dubbi alla lacerazione, per tentarne infine, nelle due tracce conclusive, la sublimazione nel paradigma dell’arte.

Ma così come Bjork difficilmente può essere decodificata con gli stilemi della musica pop, allo stesso modo Vulnicura non appartiene all’universo del songwriting. Al contrario, è un lavoro complesso, un lungo impietoso e doloroso recital che procede seguendo i ritmi intimi dell’elaborazione intellettuale e degli spasmi, anche fisici, dell’artista, e non concede comode chiavi di decodifica. Il corpo sonoro che interagisce con il canto, aereo, dolente e magnifico, si dipana lungo complesse volute di archi, pure vibrazioni sonore avvolgenti e imprevedibili, scritte e arrangiate dall’artista islandese, intersecate da una rete elettronica elaborata dal produttore Arca, suoni e battiti digitali impressionisti,  spesso in funzione drammaticamente antagonista, mai ridondanti e consolatori.

Il miracolo di Vulnicura sta nella sublimazione intellettuale di un tema tanto intimo quanto fisico, in una materia sonora incorporea che non lusinga la sensorialità dell’ascoltatore, ma punta direttamente allo strato più profondo, non necessariamente consapevole, del nostro patrimonio esperienziale. Esige tempo e disponibilità a mettersi in gioco, e sa restituire.

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Una risposta a “Bjork – Vulnicura (One Little Indian, 2015)

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