Gli oggetti della memoria

byman_Stereo_7

Emanuele Trevi, dalle pagine dell’inserto letterario della domenica del Corriere della Sera, rifletteva giorni fa sulla progressiva e inarrestabile scomparsa dei testimoni diretti del Novecento. Ripercorrendo a ritroso alcune delle tappe salienti del secolo che abbiamo alle spalle, sono sempre meno, infatti, i protagonisti o i contemporanei della Prima Guerra Mondiale, della Seconda, dell’Olocausto, della guerra fredda. E quando i testimoni non ci sono, ciò che resta sono l’integrità e l’onesta intellettuale dei ricercatori, l’immaginazione degli scrittori. E l’attendibilità dei documenti sui quali si fonda il lavoro di entrambi. Un destino generazionale, certamente non nuovo nella storia del nostro pianeta.

Ciò che, invece, accade per la prima volta, è la sconfinata (ma non completa) disponibilità di documentazione offerta nella Rete, un foglio bianco sul quale è possibile scrivere o riscrivere la storia, o semplicemente farla sparire. Se la storia un tempo la scrivevano i vincitori, oggi la possono scrivere tutti, a partire dai vinti e dai bugiardi.

Tutto questo c’entra con il rock, con la musica pop(olare) in generale? Mi pare proprio di sì, non fosse altro perché la narrazione rock è parte di quella più generale, un angolo visuale certamente parziale, ma in grado di contribuire alla ricostruzione di una memoria collettiva. E come per la Storia, il rock e prima ancora il folk e il jazz, ha già perso e sta perdendo i suoi testimoni diretti, gli artisti ma anche i produttori, i discografici, i manager, i proprietari di club, gli organizzatori di concerti e festival, i dj, i critici musicali.

E se degli artisti rimangono le registrazioni, i supporti fisici che dal cilindro di cera al CD si sono succeduti nel tempo, di tutti gli altri la Rete conserva poche tracce e confuse. Così come parziali sono quelle sonore presenti sulla Rete. I grandi cataloghi di streaming, infatti, per loro natura costitutiva, possono ospitare soltanto ciò che le discografiche hanno scelto di digitalizzare, condannando all’oblio tutto il resto. Ciò che è disponibile, inoltre, è ammassato alla rinfusa, decontestualizzato e privato di qualsiasi riferimento altro rispetto al puro suono, del tutto inutilizzabile, quindi, per ricercatori e critici musicali.

Agli artisti di oggi, se lo vorranno, va dunque la responsabilità di ricucire, nella totale soggettività della propria visione, tutti i legami, anche quelli volutamente negati, con la narrazione di chi la ha preceduti, ed è, in fondo, il compito più facile.

Ai critici e agli storici di oggi, ma soprattutto a quelli che verranno, invece, l’onere del tutto nuovo di sfuggire alle scorciatoie lucignolesche della Rete e recuperare, sul campo, con le letture e soprattutto con gli ascolti diretti, ciò che ai testimoni non si può più chiedere. E questa è davvero una buona notizia per tutti i raccoglitori di supporti fisici. Diversamente da quanto vogliono farci credere, infatti, le librerie musicali reali, fatte di dischi, laser disc, CD, cassette, stereo 8, con le loro copertine, le note, i crediti e riferimenti di tempo e luogo, sono e resteranno imprescindibili.

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