Under the covers

under the covers rid

I critici musicali li guardano con sufficienza, tollerandoli solo se chi li propone fa parte di un qualche cerchio magico. Eppure, stando almeno alle cronache mainstream (ma non solo a quelle), gli album di cover sembrano essere una opzione ricorrente, tanto per vecchie lenze che per giovani pretendenti. Da Engelbert Humperdinck a Bob Dylan (Shadows In The Night, il Sinatra album di His Bobness è atteso per il 3 febbraio, ma è bastato l’annuncio a scatenare critici e fan), da Aretha Franklyn a Suor Cristina, le librerie musicali sono costantemente alimentate da un flusso di reinterpretazioni che pare inarrestabile.

Si coverizzano autori e interpreti, omaggiandone statura e personalità, ma anche i generi, le tendenze di un certo periodo, un preciso momento storico per ritrovarne il sentiment, le canzoni, opzione quest’ultima che guarda unicamente alle playlist che galleggiano nelle nuvole virtuali.

Che ce ne sia davvero bisogno è questione oziosa. La pubblicazione ne giustifica, tautologicamente, l’esistenza. Che, per molti dei protagonisti, costituisca una scorciatoia per ribadire la propria identità di mercato è più che possibile. Che questo fenomeno misuri la febbre ad un malato, la musica rock, la cui salute è da sempre oggetto di bollettini medici sconfortanti, è certamente una ipotesi avventurosa.

In fondo, quando il rock era bambino e i crossover tra generi diversi roba da rinnegati, le cover hanno costituito un inesauribile bacino di ispirazione, viatico indispensabile per le giovani coscienze dell’adolescenza pop per trovare la propria voce e costruire per essa un linguaggio universale. Lo è stato per Elvis e Jerry Lee, per Dylan e i Beatles, per Eric Clapton, Jimmy Page, Janis Joplin. Ed è proprio l’aspirazione all’universalità che ha fatto del rock (ma così pure del folk, del soul, dell’errebì e, di tag in tag, di tutte le diverse denominazioni stilistico-merceologiche), da subito, una terra di frontiera e, insieme, un luogo il cui qui e ora interagisce intimamente con la storia, il futuro, l’altrove. My Way, essa stessa una cover, nata sull’impianto melodico di due canzoni francesi, è stata il manifesto di Frank Sinatra, ma anche dell’ultima stagione di Elvis, ed è stata poi fatta a pezzi da Sid Vicious (e da un altro paio di migliaia di interpreti, secondo alcune fonti).

Insomma, per i dischi di cover o i tribute album (che è l’altra via, programmaticamente più snob), vale la stessa regoletta aurea che interessa tutto ciò che le discografiche ci propongono. C’è la musica buona e la musica cattiva. Certo, a volerla dire tutta, molta parte di questi album di cover sono più che candidati alla seconda categoria. Con buona pace (e grasse royalties) degli autori.

 

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