La pecora nera di Nashville

PAT

Qualcuno dovrà, prima o poi, raccontare questa storia. E’ una storia che accomuna tanti musicisti, autori e sessionman dei quali altri, ben più fortunati nell’incrociare i desideri degli A&R delle discografiche con il gusto del pubblico, si sono ripetutamente avvalsi, ma lui, Pat McLaughlin da Nashville, Tennessee, non è mai stato e non è, uno come gli altri. Lui è la pecora nera di Nashville. E basta curiosare nella rete, scegliendo a caso una delle clip video, per accorgersene. Nella sua voce, sempre al limite e continuamente tentata da derive improvvisative, nella sua chitarra dalla ritmica nervosa e ricca di groove, nel suo stare sul palco avvinghiato a quel manico, unico e fragile legame con il suolo, ad un passo dall’implosione. Musica magmatica quella di McLaughlin, densa e ricca di invenzioni, svolta lungo direttrici bianche e scure, declinata in un patois multistilistico che riassume gli umori, le tensioni della gente del Sud degli States e parla direttamente allo stomaco, prima che all’anima. Rock operaio, si diceva un tempo, e ancora prima musica dell’anima. Il suo lavoro più recente, Live 09, risale al 2011, una fotografia ormai vecchia di 5 anni, ma per nulla sbiadita. Ne scrissi, allora, la recensione per JAM. La ripropongo qui perché qualcuno dovrà, prima o poi, raccontare la storia di Pat McLaughlin, la pecora nera di Nashville.

LiveCD

PAT McLAUGHLIN
LIVE IN 09
Creamstyle Records

In questo caso la definizione di segreto meglio custodito della scena (cantautorale) di Nashville è inevitabile. Il nome di Pat McLaughlin, infatti, a dispetto di una carriera discografica che data dagli anni Ottanta, di dozzine di crediti (come autore, anche di qualche hit, chitarrista e cantante), ma soprattutto di un talento d’autore e performer non comune, non varca i confini comunali. Il destino controvento di McLaughlin dipende dall’essere a Nashville, ma di non appartenere affatto alla scena mainstream country, pur avendo scritto canzoni di successo, per Steve Wariner, Trisha Yearwood e Alan Jackson. Quello, in fondo, era solo lavoro. Perché quando McLaughlin scrive per sé o, come in questo caso, sale sul palco, ciò che ne esce è una delle miscele più groovy e potenti in circolazione, una miscela ad alta gradazione di errebì, funk, rock e soul. Formidabile chitarrista ritmico e cantante, McLaughlin sa coniugare tempi serrati e aperture melodiche che non ti aspetti, fondendo nei cinque minuti di una canzone la selvaggia innocenza del rock and roll e la blasfema spiritualità dell’errebì. Un artista all american, insomma, che sa anche sciogliersi nella indifesa ruvida dolcezza di una ballad. E tutto questo accade in Live 09, registrato in due diverse location (una delle quali il Douglas Corner a Nashville dove suona abitualmente, una volta al mese) con un trio nel quale spicca la chitarra incendiaria di Kenny Greenburg. Un set serrato, potente. Quattordici canzoni gettate in faccia al pubblico come se quella fosse l’unica occasione per farlo.

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